Indro Montanelli in Estonia

La mia “deportazione” in Estonia, Tratto da

“la Stanza di Montanelli”, Corriere della Sera , 21 Dicembre 1999

“Caro Montanelli, La sua testimonianza sa sempre “illuminare” angoli di storia, non solo italiana. So che lei trascorse un certo periodo di tempo a Tallin, capitale dell’allora libera Estonia. Mi piacerebbe sapere quali furono le sue impressioni politiche, culturali e sociali sull’ambiente e, soprattutto, se la popolazione, la classe dirigente e gli osservatori stranieri (come lei) avevano una qualche percezione della catastrofe imminente, di una catastrofe che avrebbe fatto precipitare il Paese in un tragico cinquantennio di assoggettamento all’Unione Sovietica.

Paolo Sartori, Savona”

“Caro Sartori, dapprincipio, cioè sul finire dell’anno 1937, io presi la mia “deportazione” in Estonia come un castigo. Per le mie corrispondenze sulla guerra civile spagnola ero stato espulso dall’albo dei giornalisti, condizione sine qua non per continuare il mio mestiere, e sospeso dal partito la cui tessera era condizione sine qua non per trovare un altro lavoro. Per carità, non mi compatisca: in qualsiasi altro regime totalitario sarei finito in un lager o in un gulag. Sotto quello fascista, mentre un Ministro mi toglieva di mano la penna, un altro Ministro (Bottai) mi trovava una cattedra universitaria, sia pure in un Paese boreale, di cui non sapevo nulla. L’approccio non fu dei più felici. Alla prima lezione, tutti gli allievi maschi si alzarono e uno dopo l’altro uscirono dall’aula. L’ultimo mi spiegò che la manifestazione non era contro di me, ma contro il fascismo di cui essi mi consideravano il rappresentante culturale. Naturalmente non obbiettai, lasciando al tempo di dimostrare quanto si erano ingannati, e il tempo non perse tempo ad assolvere questo compito. Io ne impiegai ancora di meno a capire il perchè di tanta suscettibilità. Le tre Repubbliche baltiche – Estonia, Lettonia e Lituania, le cui popolazioni non superavano in tutto i cinque milioni d’individui – erano sempre state contese fra tedeschi, russi e polacchi e avevano conquistato la loro indipendenza meno di vent’anni prima, cioè alla fine della prima guerra mondiale, grazie alle vittoriose democrazie occidentali che le avevano strappate al decaduto Impero Russo. A questa indipendenza e alla democrazia sotto il cui segno si era realizzata erano quindi attaccate in maniera quasi morbosa. In tutti gli stranieri sospettavano delle spie al servizio della Gestapo tedesca o della Ghepeù (come allora si chiamava il Kgb) sovietica. Di me, italiano, sospettavano meno, e infatti ne conquistai presto la fiducia. Le migliori mie mallevadrici erano le donne, che formavano l’ottanta per cento del mio uditorio. Con mia grande sorpresa, potevo parlare nella mia lingua perchè le conoscevano quasi tutte, essendo assolutamente incomprensibile quella loro di radice ugro – finnica come quella finlandese, ungherese e turca, al cui ceppo etnico gli estoni appartengono e che è di discendenza mongola. Ma la facilità con cui apprendevano le lingue straniere era anche dovuta al fatto che per nove mesi all’anno non potevano far altro, dato il clima, che studiare. Studiavano tutti, anche i contadini, perchè per nove mesi la terra era sepolta sotto metri di neve. Il Paese era povero, ma di una povertà molto bene ripartita, che quindi non creava nè squilibri nè contrasti sociali. I costumi, specie i rapporti fra i due sessi, erano molto liberi, ma sani. In quel momento (io lasciai l’Estonia nell’estate del ’38), nessuno poteva prevedere la catastrofe dell’anno dopo, che si svolse sotto i miei occhi perchè ero tornato a Tallin, dopo la spartizione tra Germania e Russia della Polonia, da cui ero appena reduce. Mi fu quindi facile presagire che analoga sorte stava per capitare alle tre Repubbliche baltiche. Infatti ci arrivai contemporaneamente all’ultimatum sovietico che ingiungeva a tutte e tre di rientrare in seno alla “mamma Russia” che annunziò il suo arrivo al solito modo: un proconsole sovietico con accompagnamento di un reparto di carri armati e un folto stuolo di poliziotti, fra cui i pochi comunisti locali fuorusciti in Russia e allevati nei suoi seminari. Fu una tragedia di cui potei vedere solo gl’inizi perchè venni immediatamente espulso dai nuovi padroni il che mi costrinse a trasferirmi in Finlandia dove… Ma qui mi fermo, altrimenti non la finisco più.”

Pagina 41 (21 dicembre 1999) – Archivio storico Corriere della Sera

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